Libri

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Voglio viverti

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In questo suo terzo libro, Matteo viaggia, ancora una volta. Dopo un viaggio alla scoperta di sé, dove racconta della sua malattia e della scrittura come risorsa, e un viaggio a Santiago de Compostela in cadrega aiutato dai suoi Angeli Custodi, in questo romanzo racconta un altro viaggio: è quello di Pietro, protagonista che ha molti aspetti in comune con l’autore, che percorre un tratto di Via Francigena verso Roma. Come Matteo, anche Pietro è stato travolto dalla drammatica esperienza della malattia, la sclerosi multipla. Questo suo viaggio da moderno pellegrino è un’occasione per sfidare la malattia e sfidare se stesso, ma soprattutto per mettersi a nudo, di fronte a sé e agli altri, senza mezzi termini. Tre donne in particolare lo accompagnano durante questo percorso e gli fanno conoscere l’Amore, in tutte le sue sfaccettature: l’Amore della madre, puro e imprescindibile, l’Amore semplice e profondo di Emma e l’Amore carnale di Valentina. La trama del romanzo è semplice, lineare e si chiude con un lieto fine che non ha però nulla di scontato: è il frutto di un percorso interiore lungo e faticoso, che non può che essere caratterizzato dalla semplicità e dall’essenzialità.

 

2 GRANDI + 2 piccole

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PREFAZIONE di DON LUIGI CIOTTI

Ho conosciuto Matteo Gamerro a Ivrea in occasione di “Il testimone ai testimoni”, la bella iniziativa ideata dal mio amico Victor Crotta, giunta quest’anno alla decima edizione.

Matteo ha ricevuto un premio, e poche volte un premio mi è parso così meritato perché Matteo un testimone lo è per davvero. Di cosa? Lo dirò in due parole: Matteo testimonia l’amore e la passione per la vita. Colpito nel pieno della gioventù da “sindrome demielinizzante” (più conosciuta come sclerosi multipla), una malattia degenerativa che lo ha costretto su una sedia a rotelle, Matteo ha avuto il coraggio di non abbattersi. Preso atto della realtà, si è impegnato a trasformare l’avversità in opportunità, fare della malattia un criterio per discernere l’essenziale dal superfluo, per assaporare meglio la vita e fare tesoro di ogni suo momento, atteggiamento che spesso manca a chi, “sano”, rinvia sempre al domani il momento in cui cominciare a vivere davvero.

Le pagine che seguono – tratte dal blog che Matteo ha aperto su Internet – testimoniano di questo viaggio e di questa ricerca. Sono pagine belle e sincere dove Matteo ci rende partecipi delle sue giornate, dei suoi incontri, dei suoi progetti.

Le gioie e gli entusiasmi si alternano ai momenti di fatica e di sconforto, e proprio questi Matteo ha il coraggio di indagare con lo scandaglio della scrittura, conscio che la vita va accolta nella sua interezza, anche quando ci pesa e ci sembra assurda, perché «per apprezzare veramente un giorno sereno, devi sapere cosa si prova a stare sotto un cielo grigio». Ma sono belle, queste pagine, anche perché segnate da un sentimento nobile e non così diffuso: la gratitudine. Matteo non si stanca di esprimerla, la sua gratitudine. Gratitudine per la sua famiglia: per la mamma, il papà e la sorella che lo circondano di un affetto grande e multiforme, modulato nei diversi caratteri. Gratitudine per gli amici e per tutte le persone che gli stanno vicino con delicatezza, senza fargli pesare la sua condizione. Gratitudine per la psicologa che lo accompagna da tempo e che non manca di “strigliarlo” nei momenti in cui lo sente un po’ giù. Gratitudine per quei medici che sanno vedere il malato prima della malattia. Gratitudine per Chiara, che gli fa battere il cuore.

Talmente grato, Matteo, da definirsi a un certo punto un “ragazzo fortunato”, ed è una bella lezione per i tanti che invece indulgono (con molte meno ragioni di quante potrebbe rivendicare lui) al vittimismo e alla recriminazione, senza muovere un dito per cambiare le cose, si tratti della sfera privata o di quella sociale.

Fortunato dunque si ritiene Matteo, ma fortunati siamo in realtà noi che abbiamo l’opportunità di conoscerlo attraverso la lettura di queste pagine. Riguardo alle quali mi permetto un’ultima annotazione.

Se è vero che Matteo è un testimone, e che nelle staffette il “testimone” è il bastoncino che passa tra le mani degli atleti, queste pagine sono un dono che siamo chiamati non solo a custodire, ma a “restituire” attraverso l’impegno. Impegno a credere in quello che facciamo, a stabilire relazioni sempre più autentiche, a vincere la paura e il pudore di manifestare le nostre fragilità affinché la nostra sia, sempre di più, una società della prossimità e della speranza.

Luigi Ciotti

 

SI PUÒ FARE… (In “cadrega” a Santiago di Compostela)

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Mi dicono che spesso sono gli al­tri ad aver paura della disabilità e del dolore, perché non sanno come comportarsi davanti a loro, ma sono consapevole che forse la responsabilità è anche mia, quando non riesco a trasmettere alla gente come può essere bella, stimolante e interessante la vita al mio fianco, anche se a prima vista non così semplice!

Avevo il vivo desiderio di per­correre un pezzo del Cammino di Santiago di Compostela: non ho mai pensato di fare tutti i novecento chilometri del mitico percorso, ma poterne percorrere anche solo una parte, con l’aiu­to dei miei “angeli custodi”, era comunque una bella scommessa. Anche perché fare un cammino, per uno che non cammina più da qualche anno, potrebbe risultare una contraddizione in termini. Quindi, se aiutato dagli amici, anche un cammino per un non deambulante “si può fare…”.

Non sono proprio quello che si po­trebbe definire un buon, o per me­glio dire un semplice, partito; sono pieno di difetti, che erano già tutti lì prima della malattia (sclerosi mul­tipla) e forse anche più marcati di ora; adoro viaggiare e anche se nel mio caso bisogna usare qualche accortezza in più, non rinuncio per colpa delle mie disabilità.

Per chiarire i contorni della nostra avventura, devo parlarvi dei miei limiti: innanzi tutto non cammino e anche le braccia risultano appesan­tite dalla forza di gravità. Devo far­mi aiutare negli spostamenti, devo farmi aiutare in bagno, devo essere aiutato per mangiare.

Ma adoro stare in compagnia, an­che se in posti affollati e rumorosi, per colpa del volume della mia voce, sparisco un po’; amo la dolcezza, le cose fatte con calma e commuo­vermi davanti ai film, se non fosse che poi piango e, dal momento che non riesco ad asciugarmi gli occhi da solo, ho scoperto che le lacrime bruciano come non mai; sono fede­le, anche se gli occhi per guardare mi funzionano ancora; dico sempre ciò che penso; i giorni felici non si bilanciano mai con quelli tristi, ma sono molto trasparente in ciò che provo; non mi spaventa dover fati­care e impegnarmi per raggiungere un risultato; mi piace la bellezza, ma sono consapevole che il bello è negli occhi di chi guarda; voglio quasi sempre aver ragione, ma non per questo non ascolto…

Grazie a persone stupende, che non a caso chiamo “i miei angeli custodi”, ho potuto realizzare, con la Joelette, il mio desiderio di per­correre un pezzo del cammino di Santiago di Compostela.